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LA QUESTIONE SALARIALE di Gianmarco Quadrini
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LETTERA APPARSA SU IL GIORNALE DI BRESCIA

Con la lezione alla Società italiana degli economisti della scorsa settimana a Torino, il Governatore Mario Draghi ha acceso i riflettori sui rischi connessi alla stagnazione dei salari nel nostro Paese, un tema che esiste da quando l’Italia è entrata nell’euro con il progressivo assottigliarsi del potere d’acquisto dei salari e la crescente difficoltà di molte famiglie di arrivare alla fine del mese.

Il numero uno di Bankitalia ha detto, fra le altre cose, che gli italiani guadagnano meno degli altri cittadini europei e che a parità di condizioni i salari del nostro Paese sono inferiori del 10% rispetto alla Germania, del 20% in confronto al Regno Unito, il 25% in meno della Francia. In realtà il problema era già stato sollevato da un piccolo imprenditore della pasta di Ascoli Piceno che con la sua famiglia aveva provato a vivere con i mille euro dei suoi dipendenti e alla fine della terza settimana aveva dovuto arrendersi e aveva poi deciso di aumentare a tutti di 200 euro il salario netto mensile. Costo dell’operazione quasi 70.000 euro annui. Grande ritorno d’immagine per il pastaio, che si è guadagnato i titoli su quasi tutti i giornali e su molti telegiornali, ma il dato dell’aumento resta.  L’allarme lanciato dal Governatore Draghi e la favola del pastificio marchigiano mettono sul banco degli imputati tutti gli “strumenti” che vengono considerati i maggiori presidi dell’equità salariale: il contratto collettivo nazionale, i sindacati confederali, l’imprenditore e il Governo. Il contratto collettivo nazionale è un potente strumento di livellamento dei salari. La contrattazione come la conosciamo è insufficiente e penalizzante i lavoratori, avvantaggiando le imprese ovunque ci siano margini per aumenti. Il sindacato, invece, continua a spacciare la contrattazione centralizzata come una “garanzia” per i lavoratori e il passaggio ad una negoziazione aziendale come un incremento indebito del potere padronale. Occorre, quindi, abbandonare il mito del contratto nazionale e avvicinare il più possibile la contrattazione all’azienda. In questo contesto, bisogna lavorare sulla parte variabile dei salari legandola alla produttività. Una misura essenziale, in questo quadro, sarebbe, ad esempio, la detassazione degli straordinari, rendendo l’operazione conveniente sia la datore di lavoro che al lavoratore. Lavorare di più per guadagnare di più è la formula usata da Sarkozy; è la risposta giusta anche per noi italiani.

Una delle ragioni delle basse retribuzioni è la scarsa produttività italiana che non è certo imputabile in primo luogo ai lavoratori. Ma se è vero che in alcuni casi la minaccia della chiusura o della delocalizzazione potrebbe essere un buon deterrente antiaumenti, è chiaro che l’imprenditore che non sente sul collo il fiato della crescita dei salari non è incentivato a investire per aumentare la produttività e la qualità, il che crea un pericoloso circolo vizioso e non virtuoso.

Tasse e contributi, infine, falcidiano le buste paghe e qui la responsabilità è tutta del Governo, soprattutto di questo Governo, su cui occorre fare pressione per ottenere meno tasse sul lavoro. Ora che anche la Cgil, con il suo segretario generale Epifani, ha aperto la questione retributiva affermando che il reddito dei lavoratori non si difende solamente con il conflitto in azienda, ma anche con la riduzione delle tasse, deve affrontare la problematica nella sua interezza, cioè non fermarsi solo al tema fiscale, ma avere il coraggio di infrangere due aspetti della contrattazione che fin’ora sono stati tabù per il sindacato: da un lato premiare i lavoratori più bravi e dall’altro migliorare il funzionamento dei servizi a gestione pubblica.

Un sostegno deciso a questa nuova politica deve venire dai partiti del Centro destra e in particolare dal mio partito, l’UDC, da sempre difensore dei veri interessi della gente, ingaggiando sul tema delle detrazioni fiscali, su salari e stipendi una battaglia pari a quella combattuta a inizio anno sulle provvidenze a favore delle famiglie numerose e del quoziente familiare.

14/11/2007 11.11.30

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06/09/2010

 
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