SIAMO PROPRIO SICURI CHE L’OBIETTIVO SIA LA 194?
di Gianmarco Quadrini
Caro lettore, è partendo da questa domanda che mi appresto a dare un contributo al dibattito sull’aborto che si sta sviluppando in queste settimane. Innanzitutto per esprimere il mio sostegno alla lotta in difesa della vita umana che, dopo la coraggiosa proposta di una moratoria avanzata da Giuliano Ferrara, ha ritrovato nuovo slancio. 
Per far questo credo che sia assolutamente necessario essere chiari ed onesti e chiamare le cose con il proprio nome al fine di stemperare le tinte grottesche e le favole che accompagnano questa discussione. La proposta di moratoria non può essere banalizzata spostando l’attenzione sullo sconvolgimento della 194 o rinchiudendola nel recinto dello scontro etico-religioso. Essa è primariamente una battaglia civile e laica che nasce dal profondo della ragione umana e che non si rivolge solo alla vicende italiane, ma anche a quelle pratiche abortive che in altri paesi nel mondo vengono scelte come strumenti di riduzione delle nascite o asservite all’ideologia dell’eugenetica.
In Italia la legalizzazione dell’aborto non ha portato ad alcun progresso di civiltà, infatti ci si è preoccupati maggiormente della legalizzazione che non della rimozione della cause psicologiche e materiali che hanno concorso alla decisione di eliminare più di centomila bambini solo lo scorso anno. Rimane comunque che la pratica dell’aborto non ha di fatto una base su cui appoggiarsi, né etica né tanto meno scientifica, ma si fonda sul giudizio di chi pensa di poter stabilire il confine tra vita umana e “non umana”. Si è così iniziato a stabilire fantasiosi parametri che indicano da quando un feto può essere considerato persona, perdendo di vista che la vita umana inizia dal suo stesso concepimento. Infatti, nelle varie fasi dello sviluppo non si assiste mai a passaggi del tipo: granello di sabbia – terra – erbetta – piantina e magicamente un bel bambino. Se fosse così, nella “fase erbetta” potremmo ancora ragionevolmente ritenere che tutto sommato estirparla non sarebbe poi un male tanto grave se confrontato con la salute psicofisica della donna. Per quanto ci illudiamo e ci sforziamo di affermarlo, la verità è un’altra! L’embrione che in seguito chiamiamo feto e che poi ci decidiamo a chiamare bambino è sempre vita umana. Che differenza c’è tra la crescita dell’embrione - che, la scienza ci dice, già contiene tutta l’essenza di un essere umano, in cui al secondo mese iniziano a formarsi gli occhi, le prime strutture cerebrali, l’esofago, le orecchie, lo stomaco, i genitali e la tiroide, che al nono mese verrà alla luce - e le trasformazioni che portano un neonato a diventare un bambino di dieci anni, poi un ragazzo e poi un essere umano adulto? Queste sono tutte fasi della vita umana. Come possiamo quindi accettare l’aborto in base a parametri così assurdamente stabiliti senza considerare che in qualunque fase della gravidanza esso si pratichi interrompiamo volontariamente delle vite?
Nonostante le premesse, mi sia concessa una riflessione finale anche sulla falsa e infondata campagna mediatica che da sempre accompagna le ragioni di chi sostiene l’aborto.
Un autorevole giornalista e scrittore, Antonio Socci, ha pubblicato un articolo apparso recentemente su un quotidiano nazionale dove smonta dettagliatamente le tante bugie diffuse e i dati inventati riguardo al numero spropositato di aborti clandestini ai quali era giunto il momento di dire finalmente basta, dati falsi diffusi per spingere a votare a favore dell’aborto. Negli anni Settanta la campagna proaborto parlava di cifre che andavano da un milione e mezzo a quattro milioni di aborti clandestini annui e di circa venticinquemila donne all’anno che morivano durante questi interventi. Scrive infatti Socci: “Che i milioni di aborti clandestini” ogni anno fossero un argomento totalmente infondato, è provato, in modo indiscutibile, oggi, dai dati ufficiali sugli aborti legali in Italia, fermi attorno ai 130 mila l’anno (dal 1978 hanno raggiunto al massimo la cifra di 240 mila all’anno, ma attestandosi subito molto al di sotto dei 200 mila). Se questo è il numero delle donne che interrompono la gravidanza oggi che l’aborto è facile, legale e assistito, in qualunque ospedale, e addirittura propagandato, è ovvio che dovevano essere un numero molto inferiore a praticarlo quando era illegale, si rischiava il carcere, la faccia e la pelle, ed era difficile trovare le “mammane” che lo praticassero.
Ma passiamo al cuore del problema. L’aborto clandestino – dicevano – provocava ogni anno in Italia la morte di 25 mila donne. Per questo fu reso legale e assistito. Ma era vero quel dato? No, era del tutto assurdo. E ci voleva poco a capirlo.
Dall’Annuario Statistico del 1974 risulta infatti che le donne in età feconda (cioè dai 15 ai 45 anni) decedute nell’anno 1972, cioè prima della legge 194, furono in tutto 15.116. Già il fatto che le morti totali siano la metà delle presunte morti per aborto parla chiaro. Ma poi si scopre che di quelle 15 mila solo 409 risultavano morte di gravidanza o parto.
Naturalmente fra tutte le morti “per gravidanza o parto” quelle dovute ad aborto clandestino erano una piccola parte: qualche decina ogni anno. Una cifra certo triste (umanamente anche una singola morte è una tragedia), ma non una emergenza nazionale. Erano molto più rilevanti, per capirci, le altre cause di decesso delle donne come le morti per parto, per infortuni domestici, per incidenti o per omicidio”. Alla luce di tutto questo non si può più continuare nell’indifferenza. Tutti devono sentirsi coinvolti: i politici, gli intellettuali, i medici e gli scienziati e la società civile. Tutti dobbiamo sentirne il peso e la responsabilità. Consideriamo seriamente la possibilità di una moratoria sull’aborto. Se giustamente condanniamo la pena di morte troviamo anche il coraggio per dire un sì deciso in favore della vita.
11/01/2008 11.05.23
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